Navona Square

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La storia della Piazza

Circo Agonalis Piazza Navona, la più bella piazza barocca di Roma, sorge sull'antica pista dello Stadio di Domiziano, o Circus Agonalis, fatto costruire nell'85 d.C. per ospitare i giochi atletici greci, agones, conservando nel tempo la forma rettangolare allungata dell'arena caratterizzata dal lato settentrionale curvo.

Circondata da due imponenti ordini di arcate di travertino, decorati da capitelli ionici e corinzi, poteva ospitare fino a 30.000 spettatori che vi avevano accesso grazie ai due ingressi principali situati al centro dei due lati lunghi. La piazza tornò a rianimarsi nella seconda metà del XV secolo, quando vi venne trasferito il mercato. Nel 1485 fu pavimentata per agevolare le numerose feste e processioni che sempre più spesso vi avevano luogo.

Nel '500 la piazza venne decorata dalle tre fontane donate da Gregorio XIII Boncompagni, ed in seguito, Papa Innocenzo X, fece costruire sul terreno di proprietà della sua famiglia, l'imponente palazzo Pamphili, lavoro eseguito da Gorolamo Rainaldi e impreziosito da meravigliosi affreschi, da una galleria del Borromini e da numerose opere d'arte.

La Piazza doveva celebrare la grandezza del casato dei Pamphili, in una sorta di competizione con i Barberini ed i Farnese, ed Innocenzo X volle che vi si erigesse il palazzo omonimo e che la piazza fosse ornata con opere di ingente valore. Per la sua realizzazione si ricorse alla demolizione di alcuni edifici, mentre la gara per l'aggiudicazione delle commesse fu combattuta senza esclusione di espedienti fra i principali architetti del tempo.
Un ruolo di rilievo nella scelta degli artisti fu giocato anche dalla potente Donna Olimpia Maidalchini, che scelse di affidare l'incarico al Bernini, impressionandola con il dono di un modellino in argento del suo progetto della fontana.

Nella seconda metà del '600, Innocenzo X commissionò la costruzione di una fontana al centro della piazza e ne affidò il compito, in un primo momento, al Borromini. In seguito l'incarico venne affidato a Gian Lorenzo Bernini, che affascinò il pontefice con un modellino in argento del suo progetto della fontana.

Piazza Navona La Fontana dei Fiumi, inaugurata nel 1651, risulta senza dubbio uno dei monumenti più belli e famosi della Roma barocca e rappresenta i quattro grandi fiumi allora conosciuti. Il Gange, il Nilo, il Danubio e il Rio della Plata: quattro statue di marmo bianco, alte cinque metri, situate su masse sporgenti di travertino. Il Nilo, opera di G.A.Fancelli, presenta la singolarità di avere la testa velata perché le sue sorgenti erano allora sconosciute, anche se per il popolo, invece, esprimeva il disprezzo del Bernini per la vicina chiesa di S.Agnese in Agone, progettata dal suo rivale Borromini, come anche il braccio alzato a protezione della testa del Rio della Plata, opera di Francesco Baratta, esprimeva il timore ironico dell'artista che la chiesa potesse crollare.
Tali dicerie sono però destituite da ogni fondamento perché Bernini completò la fontana prima che Borromini iniziasse la chiesa.
Infine, il Gange è opera di Claude Poussin mentre il Danubio è di Antonio Raggi.

Secondo l'iscrizione voluta da Innocenzo X, il monumento intende magnificamente offrire "salubre amenità a chi passeggia, bevanda a chi ha sete, esca a chi medita".

A rendere famosa Piazza Navona fu una grande manifestazione inaugurata il 23 Giugno 1652 da Papa Innocenzo X: furono chiusi gli scarichi delle tre fontane, lasciando così debordare l'acqua fino a coprire la parte centrale della piazza, che era concava. Nobili e poveri si divertivano: i primi attraversando la piazza a cavallo o in carrozza, i secondi sguazzandoci sopra oppure spingendo in acqua i carretti a mano.
Il "Lago di piazza Navona" divenne una consuetudine estiva e per quasi due secoli il sabato e la domenica del mese di agosto la piazza si allagava, finchè nel 1866, sotto il papato di Pio IX, il divertimento venne sospeso.

Dopo il 1870, con Roma Capitale d'Italia, venne pavimentata con i sampietrini, ma soprattutto venne costruito il marciapiede centrale a schiena d'asino: la piazza divenne quindi convessa anziché concava rendendo impossibile un eventuale ripristino della tradizione del lago.

Sant'Agnese in Agone

Sant'Agnese in Agone La chiesa fu fondata, si dice, sul luogo in cui, durante la persecuzione contro i cristiani operata da Diocleziano tra il 303 e il 313 d.C., fu martirizzata all'età di 12 anni la figlia di un'illustre famiglia patrizia, Agnese.
La sua colpa, avendo fatto voto di castità, fu il rifiuto dell'amore del figlio del Prefetto di Roma, che la denunciò come cristiana. Fu esposta nuda al Circo Agonale, luogo di ritrovo delle prostitute, ma i suoi capelli crebbero miracolosamente a coprirle interamente il corpo.

Si raccontano poi due versioni della leggenda.
Secondo la prima, solo un uomo cercò di avvicinarla, ma morì prima di poterla sfiorare, per poi risorgere in seguito per intercessione della Santa.
La seconda, narra di come nessuno osasse guardarla, ad esclusione di un uomo che prese la vista accecato dal bagliore di un angelo vestito di bianco, protettore di Agnese, per poi riacquistarla grazie a lei.

Sant'Agnese in Agone Agnese venne poi gettata tra le fiamme, ma queste si estinsero, costringendo i suoi carnefici a trafiggerla con la spada alla gola, come veniva fatto con gli agnelli. E' per questo che nell'iconografia viene spesso raffigurata con una pecorella o un agnello, simboli di di candore e sacrificio.

La struttura più antica della chiesa risale all'VIII secolo, ma venne ricostruita più volte, finchè non venne sostituita nel 1652 con la maestosa chiesa che ancora oggi possiamo ammirare per volore di papa Innocenzo X il quale affidò l'opera a Girolamo e Carlo Rainaldi, sostituiti, in seguito, dal Borromini, che vi lavorò dal 1653 al 1657, che si attenne completamente al progetto iniziale, ad esclusione della facciata concava, studiata per dare maggiore risalto alla cupola.

In risposta alle dicerie sulle statue della Fontana dei Fiumi, il popolo attribuì alla statua di S.Agnese, collocata sulla facciata  e raffigurata con una mano sul petto, la volontà di rassicurare la statua del Rio della Plata circa la stabilità della chiesa.

Palazzo De Cupis - La leggenda del fantasma di Costanza

Palazzo de Cupis Nelle notti di luna piena, passeggiando vicino a un antico palazzo di Via dell'Anima, nei pressi di Piazza Navona, e volgendo lo sguardo in alto, è possibile scorgere dietro il vetro di una delle finestre la sagoma di una splendida mano.

Secondo la leggenda, è la mano di Costanza de Cupis, una nobildonna vissuta nel XVII secolo.
Si dice che ella avesse delle mani tanto belle e perfette che un artigiano, colpito da una simile meraviglia, volle riprodurre con un calco in gesso di mirabile fattura, tanto che presto divenne meta di pellegrinaggi e ammirazione.

Un giorno un prelato, vedendo quella meraviglia, pare avesse esclamato che se la mano fosse appartenuta ad una persona in vita, avrebbe corso il rischio di essere tagliata. Costanza venne a conoscenza di questa sorta di profezia e da quel giorno visse in uno stato di terrore e di angoscia: oscuri presentimenti le fecero prendere la decisione di rinchiudersi in casa fino al giorno in cui, ricamando, si punse un dito con l'ago.

In poco tempo la ferita si infettò, tanto che la mano deformata e gonfia dovette essere amputata, senza però alcun risultato: la donna infatti morì pochi giorni dopo.

Pasquino

La statua di Pasquino è la più famosa "statua parlante" di Roma. Ne esistono diverse e sono così chiamate perché su queste sculture, collocate in luoghi ben visibili, di notte venivano lasciati dei messaggi satirici anonimi, in genere contro i papi.

Altre statue parlanti famose sono Marforio, che si trova nel cortile del Museo Capitolino in Campidoglio, e Madama Lucrezia a Piazza San Marco, vicino al palazzetto Venezia.

Ma Pasquino è sicuramente la più conosciuta.

L'origine del nome ha diverse interpretazioni: si dice che fosse un oste, un barbiere, un sarto, un ciabattino, o addirittura un maestro di scuola, ma che in ogni caso fosse solito parlar male di papi e cardinali.
Così, dal 1501 la statua è stata la voce dei popolo romano, i cui messaggi anonimi erano spesso feroci satire politiche contro il pontefice e la nobiltà, tanto che più volte rischiò di essere distrutta.

Pasquino Papa Adriano VI ordinò persino di gettarla nel Tevere, ma venne dissuaso dai Cardinali della curia che temevano la possibile reazione del popolo ad un attacco di tale portata.
In seguito venne anche fatto vigilare notte e giorno, ma le pasquinate apparvero ancora più numerose ai piedi delle altre “statue parlanti”.
Benedetto XIII, l'ideatore della vigilanza emanò persino un editto che stabiliva le pene per chi si fosse reso colpevole di pasquinate, compresa la pena capitale.

Tutto questo non fermò assolutamente le pasquinate, anzi, Pasquino divenne il simbolo antagonista della figura papale, concedendo ai romani la possibilità di esprimere il malumore popolare in modo del tutto anonimo.